LE STRETTE DI MANO

Quanto mi mancano le strette di mano.
Si mi mancano tanto…
E solo adesso che non posso più darle ne apprezzo il piacere e l’importanza di quando eravamo liberi di stringercele.
C’erano tanti modi e tanti significati nelle nostre strette di mani.
Dipendeva molto dalla persona alla quale la stringevi: un amico, un fratello, un conoscente, uno sconosciuto; ma comunque tutte avevano un loro significato simbolico e attraverso esse passavano tante informazioni che consciamente o no volevamo passare all’altro.
Perché sentivi che anche lo sconosciuto eri tu, e con la stretta della sua mano glielo stavi comunicando.
Creavamo una fitta rete di fili invisibili composti di sentimenti e di emozioni, positivi o negativi, non aveva importanza; era il legame che primeggiava e reggeva la nostra umanità.
Certo a non tutti le stringevamo con piacere, c’erano delle occasioni solo formali e persino antipatiche; ma adesso capisco che non era il nostro sentimento la cosa più importante ma la nostra appartenenza umana che veniva perpetuata dal rito, bello o brutto che ci apparisse.
Un po’ come i rituali sociali delle scimmie bonobo che mantengono la pace nel gruppo attraverso riti apparentemente solo sessuali.
A volte erano date con il braccio teso che stava a significare che con quella persona non avevi altro in comune se non quella blanda stretta di mano.
Altre volte alla stretta seguiva uno spontaneo e affettuoso abbraccio, perché eri felice di essere lì con quella persona.
Ma, ripeto, non importava tanto il nostro sentimento, quanto il gesto, che univa e ci identificava in quello che siamo: Esseri sociali, sensibili in fondo della nostra provenienza da un’unica matrice, e dunque uniti dalle origini e dal destino.
Tutto questo, anche se non sempre pensato ed elaborato, nel bene e nel male si chiama Amore che incontra , Amore che unisce.
Quanto mi mancano le strette di mano!
Torneremo a non temerci e a stringerci nuovamente in un abbraccio?
Il contatto fisico ci rende più felici di qualsiasi altra attività.
Io aspetto di ritornare a stringere le persone a me, ma mentre vi aspetto mi accontento di stringere gli alberi del mio parco.
inesbuonora

IL SUICIDIO

Che argomento difficile e scottante da affrontare.
Che argomento pauroso, per certi versi di cui parlare.
Ma certamente è un argomento che ci riguarda noi Esseri Umani, tutti; perché un’azione involontaria (malattia, vecchiaia, incidenti etc.) o più raramente un’azione volontaria può far cessare la nostra vita da un momento all’altro: tra qualche ora o tra cinquanta anni, non ci è dato di sapere.
Il suicidio è un argomento tabù per l’Occidente, e non solo per la paura che incute l’azione che il il termine rappresenta, ma, anche perché per tutto il ventesimo secolo la Scienza e la Tecnologia con i loro prodigiosi ‘progressi’ anche nell’ambito delle nostre menti e dei nostri corpi, ci hanno bombardati con l’insana e illusoria idea che possiamo non solo piegare la Natura al nostro volere, ma possiamo anche scavalcarla ed assumere dei poteri in disarmonia con lo stesso Universo.
Ci hanno convinto che abbiamo il diritto di pretendere di vivere a lungo, di non ammalarci, di gustare l’elisir di lunga vita, sia che esso consista in un nuovo organo nato in laboratorio sia che una parte di noi possa essere tranquillamente sostituita da una parte meccanica.
Questa è un po’ la visione di scienziati deliranti e screanzati che appoggiano e propugnano l’avanzamento del Transumanesimo: l’uomo in parte umano e in parte macchina.
E sembra che l’Umanità ignara e ignava si stia lasciando dirigere verso quella direzione senza nulla obiettare.
Mentre gli umani che sono tuttora umani – per essere un robot oggi basta vivere la propria vita esclusivamente per guadagnare ciò che il Sistema ti fa desiderare – che hanno una visione che va al di là del loro naso, stanno cercando di affermare la visone di una nuova Umanità Umanista, che non è un semplice tornare indietro nel tempo, perché come dicono gli scientisti il progresso ormai è inarrestabile, anche a discapito della distruzione del genere umano e dello stesso pianeta che ci ospita; ma il cambio del paradigma neoliberista attuale per rimettere al centro di ogni interesse non più la Finanza e le case farmaceutiche, ma l’Uomo!
Pensate che esistono già i teorizzatori dell’Economia Umanista.
Ma tant’è, il treno corre veloce… il tempo ci dirà se frenerà e cambierà direzione o presto o tardi deraglierà.
Il suicidio.
Non mi sento all’altezza di scriverne, non ho competenze specialistiche per descriverlo ed esaminarlo, ma ho competenze umane e, credo che queste insieme ad un po’ di buon senso mi diano il diritto di poterne parlare: riguarda anche me!
Perché parlare proprio del suicidio?
In questo periodo, peraltro così critico, dove i cittadini italiani stanno chiedendo a gran voce di Vivere!
Chi volendo uscire dal carcere della nostra casa – pochi mesi fa considerata il nostro migliore rifugio – chi volendo riprendere a lavorare e chi semplicemente volendo decidere da sé cosa fare della propria esistenza.
In questo marasma di accadimenti e di sentimenti non certo positivi scatenatesi da due mesi a questa parte, ho pensato e agito più o meno come gli altri ‘intrappolati’ come me.
Ma la parola e l’atto del suicidio sono venuti da me, spontaneamente, senza essere pensati o considerati.
Si è arrivato a me quello che chiameremmo il problema del suicidio.
È un problema perché per molti è riprovevole ed è contrario ai precetti della maggior parte delle religioni: i suicidi vanno all’Inferno!
Viene anche considerato come un atto indegno e vile.
Potrebbe essere persino contagioso, e i suicidi non meritano pietà per questo, perché hanno messo in imbarazzo l’umanità che si scandalizza solo a sentirne parlare.
Il suicida ci mette davanti alla morte alla quale non pensiamo mai, perché ci hanno insegnato a pensare che arriverà a tarda età, che c’è tempo, abbiamo tanto tempo prima d’incontrarla e nel frattempo possiamo cercare con ogni mezzo la felicità, o la supposta tale, secondo il Sistema di potere in cui viviamo.
Anch’io più o meno pensavo così fino a poco tempo fa, ma la quarantena mi ha dato la forza di pensare al ‘problema suicidio’ senza paura e pregiudizi, con maggiore distacco, e la volontà di comprendere, anziché giudicare.
Naturalmente non è che una mattina mi sono svegliata ed ho deciso che dovevo ‘pensare’ al suicidio.
No, non è accaduto così.
Sono accaduti eventi oggettivi che ho captato e mantenuto in memoria.
Da quella memoria è nato il bisogno impellente e il desiderio di pensare e parlare del suicidio.
Il primo evento. Ascolto in TV come tutti che la grave crisi economica provocata dal Covid -19, porterà a tanti suicidi di imprenditori o padri di famiglia che non potranno più mantenere né le proprie aziende né le proprie famiglie.
Ok, pensiamo tutti, è ancora solo un’ipotesi, il Governo sta già provvedendo con decine di provvedimenti per aiutare il proprio popolo.
Poi ci si accorge che il Governo annaspa e gli aiuti non arrivano.
Gli imprenditori fanno i primi video che pubblicano su You Tube e sui social dove denunciano disperati che le loro aziende stanno morendo se non arrivano presto gli aiuti richiesti.
I padri di famiglia fanno altrettanto, e proprio incazzati minacciano Conte sui video che postano con accanto la figlia che mangia l’ultima fetta di pane con la nutella; non hanno più soldi per comprargliene altra.
Il Governo balbetta, e nel frattempo Giuseppi e le sue task force vengono lautamente pagati.
Poi arriva il giorno dei flash mob dei ristoratori a Milano, vengono multati e offesi nella loro dignità di lavoratori e Cittadini.
Ah! scusate, non siamo più cittadini ma sudditi – almeno di questo ve ne sarete accorti – e forse presto schiavi; almeno coloro che sopravviveranno ai vaccini obbligatori previsti per l’autunno.
Infine arriva la notizia di un primo suicidio di un imprenditore titolare di un’azienda di mobili dell’Italia centrale.
Una notizia che non fa notizia.
Ho appena il tempo di leggerla da un giornale del mainstream, che dopo un giorno non c’è più, né la notizia né nessun commento alla stessa.
Il povero suicida è morto, veramente morto fisicamente e nella mente degli altri. Anche i famigliari sembrano inesistenti, quasi degli ectoplasmi dissoltisi con lui.
Io ci faccio caso ma allo stesso tempo mi dico che un caso non fa casistica e spero che non ne accadono più.
Così anch’io mi sono liberata del problema, alzo le spalle e continuo ad occuparmi delle mie preoccupazioni.
La settimana dopo, durante la fase 2 della quarantena, dunque, mentre legittimamente faccio ‘attività motoria’ al parco vicino casa mia incontro una signora anziana che come me ama parlare con le oche del lago.
È una chiacchierata leggera, gentile, piacevole. Lei mi informa che le oche amano mangiare il tarassaco e un po’ d’erba medicinale che lei di tanto in tanto gli porta.
Da lì è immediato il passaggio al parlare della ‘prigionia’, scusate, della quarantena o lockdown (che fa più figo e ci fa sentire inferiori agli americani perchè non conosciamo la lingua internazionale) che dobbiamo osservare per il nostro e altrui bene. Nel giro di niente, mantenendo la dovuta distanza, alla quale ci siamo ormai abituati, vedo che dagli occhi della simpatica signora sgorgano delle lacrime che le velano gli occhi e le rigano velocemente le guance.
E nel mio imbarazzo e nella sua totale apertura, guardandomi mi dice: – Ma lei crede veramente che torneremo liberi? Io penso che siamo solo agli inizi…-
Comprendo bene cosa dice tra le poche parole usate e condivido, ma non glielo dico e per incoraggiarla le rispondo:
– Cosa possiamo farci? –
– Io scelgo, e scelgo il settimo piano… da dove abito… –
Resto tramortita, ho capito bene cosa intendeva dire ma non ho paura e non provo neanche avversione per quella gentile e dignitosa signora che aveva confessato a me qualcosa di così importante per lei, in un’occasione così mondana.
Ci salutiamo con la dolcezza nel cuore lasciando abbracciarsi i nostri occhi cerulei annebbiati da lacrime che non caddero mai.
Mi stringo al braccio del mio compagno e con fatica risalgo il prato verso casa.
Qualche giorno dopo vado al supermercato sotto casa.
In realtà avrei bisogno di prodotti che ha un supermercato più distante, ma voglio evitare d’incontrare la Polizia municipale che ho visto vessare poveri anziani per l’autodichiarazione assente o errata, più di una volta nei dintorni di casa mia.
All’uscita dal supermercato trovo sempre appoggiato nel suo angolo un ragazzo nigeriano che si offre sempre di portare la spesa fino a casa. Oggi, anche lui ha la mascherina e io lo guardo e gli sorrido con più generosità del solito.
Lui pensa di poter approfittare dell’occasione e sporge le braccia in avanti offrendomi di portare le mie borse.
– No grazie, ce la faccio, – rispondo al suo gesto e lui svelto si allontana da me.
– Come stai? Come vivi questo periodo? Non preferiresti essere a casa tua o tornare a casa, adesso che in Italia c’è la pandemia? –
– Mai amica, mai più tornare indietro, aspetto che finisca. –
– E se non finisse e se ci costringono a casa per lungo tempo, che fai tu? –
– Che faccio? Eh! che faccio! mi butto nel Po… –
– Ma che dici? – rimbrotto io mentre m’incammino verso il marciapiede opposto, e lo saluto con un cenno della mano.
Mi ha turbato: il tono della sua voce, il suo sguardo profondo e la sua determinazione.
Mentre torno a casa penso che in così breve tempo ho sentito parlare per ben tre volte di suicidio.
Sincronicità’? forse.
Stranamente io che mi sento una combattente e una pasdaran della Vita a tutti i costi, non mi sento di combattere contro l’altra opinione del ‘lasciare andare’ quando è la volontà della persona a deciderlo.
Dopo tanto pensare, ho concluso che forse c’è anche un tempo in cui non solo l’età o le gravi malattie, ma anche il non sentirsi più di ‘questo mondo’ possono essere dei giusti e dignitosi motivi per giustificare un atto così estremo come il suicidio.
Si chiama diritto all’autodeterminazione di fronte al quale anche la Costituzione dovrebbe inchinarsi.
Ho scoperto d’aver perso per strada le mie forti convinzioni e pregiudizi sul tema, ma non mi sento più vuota, bensì più sana ed empatica.
Certo che non darò un giudizio negativo di quell’imprenditore che si è suicidato lasciando i problemi della sua azienda alla famiglia. Penso semplicemente, e ne sento la pena, che lui abbia raggiunto quel sentimento per il quale, con la giostra in corsa abbia detto:” fatemi scendere!”
inesbuonora20

PAURA DELL’INVISIBILE

Finalmente un altro giorno, è mattino, ci alziamo.
Finalmente è un giorno in più della fase 2 della quarantena, nella speranza che anche questa venga seguita dalla fase 3 e da un migliore e più ragionevole ritorno alla normalità.
Quale normalità?
Ognuno di noi la intende diversamente dall’altro, ma sa bene qual’è la propria.
Comunque tutti speriamo che ci consentano di progredire nell’ampliare la nostra libertà, statistiche Covid 19 permettendo.
Certo che pensiamo a chi si ammala, a chi soffre in ospedale e a chi fuori dall’ospedale teme di rivedere il proprio caro passare dalla terapia intensiva ad una bara dentro al camion militare che cammina a passo di corteo verso il forno crematorio.
Si, e forse i più sensibili – quelli che non controllano solo se il loro orticello è ben protetto e continua a prosperare a dispetto dello sfacelo del mondo di fuori – pensano anche alle migliaia di famiglie che non hanno più uno stipendio e si sono ritrovate dall’oggi al domani in una situazione di povertà assoluta, disperati e offesi da uno Stato che non c’è se non in TV a fare promesse che poi non mantiene.
Ho letto qualche giorno fa che un Maestro spirituale diceva che le persone più spiritualmente consapevoli, e quindi più sensibili all’umanità, in questo periodo soffrono di più, sono più fragili dei pseudo-ottimisti che ripetono ad ogni passo ‘ce la faremo’.
La maggior parte di questi ultimi sono quelli che in realtà hanno più paura di tutti e per non entrare in ansia e cadere in un baratro d’angoscia hanno bisogno di ripetersi come un mantra per auto convincersi che alla fine la svangheremo, anche stavolta.
Ad ogni buon conto oggi è oggi, ci alziamo e ci occupiamo della nostra ‘attività motoria’.
Facciamo ben attenzione ad avere un passo consono a questa attività, né troppo veloce, né troppo lento, perché potremmo essere multati anche per come ci muoviamo oltre che per dove andiamo.
Muniti di mascherine e col dovuto distanziamento sociale, anche se esco con il mio compagno con il quale non ho alcun distanziamento sociale a casa – come imposto anche ai coniugi dal sindaco di Messina Donato Deluca nel letto matrimoniale – alfine riusciamo ad imboccare il portone d’ingresso del condominio dove viviamo.
Giuro che non è una fandonia, gliel’ho sentito dire alla televisione, quella del mainstream, che avrà voluto mettere in berlina i provvedimenti di un sindaco meridionale piuttosto che le cattiverie dette da Bersani in TV contro gli Italiani.
Quel portone non ha mai avuto importanza per i condomini, perchè non ha mai rappresentato quello che rappresenta oggi per tutti noi: la via di fuga o meglio la via verso la libertà esterna.
Adesso è trattato con maggior rispetto: non lo lasciamo andare più con noncuranza, non lo sbattiamo, e spero che anche i più stupidi non lo imbrattino o righino per puro divertimento, come hanno sempre fatto fino ad ora.
Usciamo! Che bello trovarsi fuori.
Ci avviamo per il nostro movimento motorio verso il parco vicino casa, bellissimo, fiorito, verde, un’esplosione di primavera che in questi mesi si è manifestata senza tenere conto del corona virus.
La Natura va per conto suo, lo sappiamo e ci indica anche la strada da seguire, ma noi, o almeno alcune miglia di noi nel mondo nel delirio d’onnipotenza acquisito negli anni sentono di avere il potere e il diritto di dominarla, piegarla e distruggerla.
Il parco è frequentato da altri che come noi fanno ‘attività motoria’. C’è gente di ogni tipo, giovani, anziani, mamme con bimbi che corrono felici senza fermarsi un istante
e poi ci siamo noi che ammiriamo la Natura e osserviamo il comportamento delle persone.
Hanno ragione i filosofi e gli opinionisti quando dicono che usciremo da questa quarantena tutti diversi.
Il prof. Becchi in un’intervista ha dichiarato che il peggior virus che resterà in giro sarà quello che si è radicato nella nostra mente: la paura dell’altro, tutti potenziali untori!
Ed io quando l’ho sentito non ho capito molto bene cosa volesse intendere e non ci ho dato molta importanza.
Ma poi facendo ‘attività motoria’ al parco mi è tornato in mente perchè ho notato alcuni atteggiamenti strani delle persone che incontravamo.
Ad esempio la strada sterrata sulla quale camminavamo è larga almeno quattro metri e quindi lascia la possibilità di passare nei due sensi mantenendo il distanziamento sociale. Ma ho notato più volte che le persone che ci arrivavano di fronte pur di non passarci accanto, preferivano scavallare la collinetta di fianco a loro e superarci alla distanza di almeno 10 metri. E non solo questo. Mentre noi tranquillamente godevamo il profumo delle azalee, guardavamo con tranquillità le tartarughe abbarbicate sui rami al sole e chiacchieravamo tranquillamente, gli altri, le persone che incontravamo e che si incontravano erano nervose, avevano sguardi un po’ smarriti ma guardinghi, si stringevano su se stessi come se questo li proteggesse di più dal nemico invisibile: il corona virus, per me, adesso il virus della paura conficcatoglisi nella mente.
Tutti silenziosi, a non scambiare parole. I genitori a tenere ben vicini i ragazzini e i proprietari di cani a tirare il guinzaglio dei loro cani quando questi, poveri inconsapevoli del corona virus, volevano annusare proprio quell’angolo in cui transitava un’altra persona. Persone dimezzate, le chiamerei io, o con il virus nel cervello come dice il prof. Becchi. Intristisce molto vedere queste scene, che chissà ancora per quanto tempo si protrarranno. Bisognerà poi, come dice il prof. Melluzzi fare dei corsi di rieducazione alle emozioni e ai sentimenti per gli umani dimezzati di oggi?
Non so. Ma visto che non ho potuto scambiare neanche un saluto con un essere umano ho optato per giocare e parlare un po’ con un papero ( di quelli che vivono nel lago grande del parco). In genere questo papero soffia e sbatte le ali per avvertirti di non avvicinarti, ha paura e tenta di beccarti se ti avvicini. Io gli ho passato un mazzetto di erba fresca, che gli piace tanto, e lui l’ha mangiata, e mentre la mangiava mi sono avvicinata abbastanza da sussurrargli delle parole gentili, che sentivo un gran bisogno di trasmettere. Gli ho detto che gli volevo bene e che era molto bello. Lui ha ascoltato e ha diretto il suo sguardo verso di me. Incoraggiata da questo ho continuato ripetendogli coccolandolo che era molto bello e che noi due eravamo uguali.
Mi sono stupita da quell’ultima osservazione che mi è scivolata di bocca con grande sentimento e, ancor più mi ha stupito sentire che lui mi ha risposto con la sua voce un po’ gracchiante addolcita dalla sua gentilezza. Ho continuato, per me è diventato quasi un esperimento. Gli ho sussurrato le stesse parole con dolcezza e lui ad ogni frase ha cominciato a rispondere con la mia stessa dolcezza. Era chiaro a me e a lui: stavamo comunicando amorevolmente. Poi lui si è stancato e si è allontanato appollaiandosi accanto alla sua compagna e non si è mosso più. Anche se mi è spiaciuto incontrare diverse persone dimezzate, sono tornata felice dalla mia passeggiata, perchè il sorriso che avrei voluto ricevere da qualche passante l’ho comunque ricevuto dal papero, che ho trovato cambiato rispetto al passato: ora consapevole e amorevole!
inesbuonora20

CALPESTARE IL RITO DELL’ADDIO

Quarantena finita o affievolita? Chissà? Andiamo a braccio nell’interpretazione di quella miriade di DPCM così incostituzionali e così incomprensibili, sperando che la coppia di pubblici ufficiali che incontreremo – se ci capiterà d’essere fermati – comprenda almeno una parte ciò che sta accadendo, e con magnanima attitudine accetti la dichiarazione/giustificazione della nostra uscita da casa, lasciandoci andare via, con un saluto o al più, un paternalistico monito.
Ne stiamo vedendo e sentendo di tutti i colori, ‘cose’ che una signora di 103 anni in un’intervista ha dichiarato di non aver mai visto neanche durante le due guerre mondiali.
Così è, se vi pare! Scriveva il grande Pirandello.
Ogni sorta di limitazione alla nostra libertà è stata accettata, di buon grado all’inizio, e per dimostrarci bravi cittadini abbiamo anche cantato l’inno nazionale dai nostri balconi e inneggiato agli eroi del momento: medici e infermieri che erano in trincea a curare gli infettati dal corona virus.
Sono morte persone, per lo più anziani, le radici dell’albero al quale ognuno di noi appartiene. Alberi alti e nerboruti, con radici profonde e intrecciate molte volte tra loro in uno scambio di esperienza, conoscenza, saggezza e amore per tutti i loro rami che devotamente avevano curato nella loro crescita.
Questi alberi erano i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri zii; la nostra famiglia.
E cosa si fa in famiglia quando ci si lascia? Ci si saluta.
A volte con fervore se la lontananza sarà lunga, a volte semplicemente con un bacio o un ciao se ci si rivedrà presto.
Questo accade in tutte le famiglie del mondo.
È un rito antico, certamente preistorico, tanto per sfatare il falso mito che l’Homo habilis, solo dedito alla sopravvivenza, non fosse intelligente e non provasse sentimenti e senso di responsabilità verso le persone del proprio nucleo familiare e del gruppo d’appartenenza.
Il saluto! Un rito importante: dentro ci sta il rispetto, la fiducia, l’amicizia, l’amore, la promessa; tutto nel saluto.
Tutto non esplicitato, non detto, ma in esso contenuto.
Ma purtroppo i saluti non sono solo la promessa di ritrovarsi, a volte sono degli addii.
Ci sono gli addii tra amanti, tra persone che non vogliono più frequentarsi e, ahimè, ci sono anche gli addii irreversibili, non desiderati, definitivi.
Questo accade quando uno dei due muore e l’altro resta vivo.
Questo è il saluto più importante che ci possa capitare di dover tutti noi sperimentare. Non c’è alcuna differenza per la morte.
Muore l’adulto, il piccino, l’anziano, il malato, il sano, il ricco, il povero, il nero, il bianco; tutti, nessuno sfugge a questa esperienza.
Allora questo saluto è il più doloroso e al tempo stesso il più importante che dobbiamo affrontare, perché chi resta in vita e chi muore devono ‘lasciarsi andare’ definitivamente, coscienti che non ci saranno altri incontri futuri.
Per chi ha la consolazione della fede si può attenuare la perdita dandosi appuntamento in un’altra dimensione.
Ma per chi non ha tale sostegno, l’addio risulta definitivo e a volte ingiustificabile con alcuna dottrina o filosofia.
Ma in tutti i casi il dolore è forte e il viso amato che ci lascia dà spazio solo alla polvere e al ricordo.
E allora in queste occasioni il saluto può risultare dolorosissimo o a volte non avviene mai.
Ci si lascia senza dirsi niente, ma ci si limita ad accompagnarsi silenziosamente.
Questo saluto e questo dolore dev’essere elaborato, dev’essere metabolizzato per le persone viventi che devono poi ripartire con la propria esistenza; altrimenti si corre il rischio di rimanere bloccati in esso come dentro ad una bolla di vita dove tutto resta fermo, immobile, inutile!
Qui ci viene in soccorso il rito; il rito del lasciare andare, un saluto speciale e profondo.
Nelle comunità civili e cattoliche, ma anche nelle altre e in tutto il resto del mondo, questo rito richiede tempo e azione.
Tempo per prepararsi e azione per avanzare nel processo della fine, che porterà un nuovo inizio, per tutti.
Ma in cosa consiste tutto questo?
Nella nostra civiltà occidentale di stampo cattolico cristiano, la gente usa il tempo in tante mini azioni: c’è da subito lo sfinimento del dolore dell’ultimo soffio esalato, non importa se si è stati presenti o no. Dopo quel soffio, il nostro caro non sarà più lui, non c’è già più, e noi ne siamo scioccati e guardiamo a lungo il suo corpo per ritrovarci lui ancora una volta; ma no, anche se il rigor mortis non lo ha ancora incarnato, lui non è più lui, è qualcosa d’altro. Allo sgomento subentra volentieri la fase successiva dove l’azione è più burocratica e non si lascia spazio allo strazio del primo momento: pompe funebri da chiamare, sacerdote da fare intervenire, orario del rosario, giorno del funerale da concordare e i fiori, gli immancabili fiori; i più belli che ci siano in quella stagione.
Poi viene il momento del ritorno a lui, il defunto, protagonista indiscusso di tutta la storia, la veglia notturna, le lacrime che tornano, le sue ultime parole, la sua vita vissuta e conosciuta che cerchiamo di scaricare nella nostra mente come un file da archiviare. Questa è un’altra parte importante del saluto che si svolge in fasi che ti danno l’occasione di elaborare, cominci a pensare che si, lui è morto veramente.
Arriva il giorno del funerale, c’è trambusto, in casa e fuori, e di nuovo ci allontaniamo dal nostro caro, perchè in quel momento bisogna occuparsi di come sistemare i fiori, di accogliere parenti e amici e di ascoltare con attenzione le istruzioni del sacerdote. Durante il funerale, avremo finalmente un attimo di sollievo.
Ritti in piedi sulla panca della chiesa ci isoleremo da tutto e tutti, anche da lui che lì al nostro fianco è già confinato nella sua bara di mogano chiaro. Non ascolteremo le parole del sacerdote che, poverino, dovrà pur dire qualcosa di buono di questa sua pecorella che magari non ha mai neanche conosciuto in vita. E allora per un po’ arranca, cerca delle parole buone, dei ricordi buoni di quel morto sconosciuto; ma poi si rianima quando parla di resurrezione, di riunione delle famiglie, del giorno del giudizio e del perdono di Dio. Ecco tu ritorni presente al funerale quando il sacerdote fa rimbombare la sua voce nella chiesa, come fosse l’eco della voce di Dio proveniente da un megafono nascosto.
Si ritorni lì, e con te che ti volgi amorevolmente a guardare la bara torna il dolore lancinante che appesantisce realmente la cassa toracica che sprofonda tra lo stomaco e il diaframma.
Anche in questo istante c’è un pezzo di saluto, di lasciare andare e pensi che finisca tutto lì, ma ti sbagli, altri stiletti sono in agguato in attesa dell’occasione giusta per pungerti.
Accetti gli abbracci e le strette di mano di tanta gente che ti confonde; ti sembra di non conoscere nessuno.
Poi l’incenso della benedizione della bara ti indispettisce, come se il tuo amato fosse da purificare, come se la sua morte non bastasse a purificare la sua anima, forse già lontana dal corpo, chissà. Tutto si svolge velocemente e ti ritrovi al cimitero dinanzi ad un loculo aperto come una bocca vorace che tutto inghiotte. La bara è stata sigillata e tu sei ancora stravolto dall’ultimo sguardo che hai dovuto dare al tuo caro. Questa forse è la fase più dura del saluto: l’ineluttabile fine è arrivata.
La bara entra esattamente dentro quel loculo e riescono a metterci anche una corona di fiori. Poi arrivano i muratori, ancora una fitta al cuore. Armati di cazzuole e cemento sigillano il loculo e attaccano la lapide con nome, cognome date e tutt’è bello e che fatto. Ti salutano ad occhi bassi, in ossequio al tuo lutto, mentre tu rimani lì inchiodato con ultimi pochi fedeli che si preoccupano, adesso, di sostenere te.
E mentre leggi e rileggi i dati della lapide, ancora una volta stai salutando il tuo caro. Resti lì ancora per poco, prendi dei fiori dalle altre corone, pensando che portandole con te un pezzo di lui resti con te.
Che stupidi pensieri, ti dici.
I fiori seccheranno e lui non busserà più alla tua porta, non ti abbraccerà e parlerà più.
Torni a casa, ci sono ancora i segni del suo passaggio…
Altro saluto, adesso, seduto in salotto a bere una tisana.
Domani, sarà un’altro domani, ne sei certo, ma non sai quante altre volte ancora dovrai salutare.
Ce ne saranno altri, tanti, nei momenti inaspettati e, nel frattempo la vita scorrerà anche per te.
Questa è una descrizione dell’elaborazione del lutto di un caro nei primi giorni dopo la sua morte.
Si svolge similmente così per tanti.
E conoscendo tutto ciò, e avendo più volte vissuto tutto ciò, ancora non mi capacito sul come e perchè un’autorità solo umana o disumana abbia potuto fare cremare centinaia di persone morte senza il conforto dei loro cari e senza neanche il conforto di una degna sepoltura, non più necessaria al morto ma ai vivi si, per consentire loro di proseguire a vivere, anziché sentire le proprie vite spezzate.
Non ho 103 anni come la signora intervistata dal giornalista, ma ne ho abbastanza per poter dire che non avevo mai assistito ad un abominio del genere, con l’omertà dei media e la complicità di tutti quelli che cantavano dai balconi: ce la faremo!
inesbuonora20

INFANTICIDIO DI MASSA

(FIABA DISTOPICA)

C’era una volta…
Si, c’era una volta, è d’obbligo iniziare così le fiabe, anche quelle che di di fiabe hanno solo il nome.
Dunque.
C’era una volta un uomo avanti negli anni, padre di molti figli.
Aveva talmente tanti figli che non riusciva a contarli e non li conosceva neanche bene tutti, e a molti mancava anche un nome.
Erano tanti, veramente tanti, nati dalla stessa madre che si chiamava Italia, donna fertile, come s’era dimostrata d’essere ma poco apprezzata dal marito e non solo per questo.
Donna non molto loquace, ma per lei parlava la sua bellezza estasiante.
Era come una terra bagnata dal mare cristallino e illuminata dal sole raggiante come quello delle montagne più alte e pure, come i suoi occhi.
Il suo cibo era fragrante, buono e nutriente; fatto con amore e dedizione assolute.
Correva l’anno 2002 e questa grande famiglia viveva in una grande casa che a stento reggeva in piedi, tante erano le sollecitazioni ricevute dai marmocchi che ne imbrattavano i pavimenti, le pareti e, persino il tetto; si, riuscivano a giocare con le tegole e a romperle facilmente senza avvertire alcun senso di colpa per il misfatto. Il padre, d’altra parte, non era un grande educatore e neanche un grande esempio per i propri figli. Era un uomo anaffettivo, nonostante quel popolo di figli, non era empatico, non capiva le esigenze fondamentali dei bambini, e non si occupava a dovere di nessuno di loro. Non era un uomo buono, come avrebbe dovuto essere, né con i figli né con la propria moglie, Italia.
E, dunque, non era neanche un uomo saggio.
Le esperienze della vita: il matrimonio e la paternità non lo avevano minimamente responsabilizzato, né reso uomo di profondi principi e valori incrollabili, come ci si sarebbe naturalmente aspettato.
Insomma, non aveva la diligenza del ‘bonus pater familias’ che già dall’antica Roma si pretendeva che ogni uomo possedesse.
Anche con la moglie Italia non era incline a comunicare affettivamente o cognitivamente con i propri figli, perchè nessuno glielo aveva insegnato.
Tanto che, passando gli anni, la donna, anziché denunciare tali attitudini e manchevolezze del marito, si spense lentamente in un silenzio pesante, doloroso, e divenne anch’essa anaffettiva e manchevole verso i figli che crescevano nell’assenza di educazione e di senso di civiltà. Questi figli crescevano da soli, ma ognuno diverso dall’altro. Ognuno di loro, in base all’esperienza che la vita gli offriva forgiava un proprio carattere e faceva sue le idee che più gli convenivano per adattarsi a quella esistenza che quei genitori gli avevano imposto. Erano tutti molto operosi per crearsi un proprio spazio in quel piccolo mondo, non pensavano che a quello, e non si muovevano se non per realizzare quello scopo. Nonostante la vita sregolata e priva di stimoli cognitivi e affettivi, l’intelligenza di questi bambini si sviluppava. Non conoscevano la solidarietà, nessuno gliela aveva insegnata né ne avevano avuto un esempio, ma, in fondo, si volevano bene. Tutti si conoscevano superficialmente e a volte non s’incontravano per giorni interi, ma facevano parte di un unico cuore e, senza saperlo, l’amore li univa in quel medesimo destino.
Il crescere dei figli e il morire lento della moglie Italia rendeva quel padre più rabbioso che mai.
Doveva sfamare tutti e questo non lo tollerava.
Si sentiva intralciato dai suoi doveri, non riusciva a perseguire bene il proprio intento egoistico, che riguardare il suo esclusivo benessere; che riteneva di raggiungere acquisendo sempre più potere nelle cose del mondo.
Così arrovellandosi la sua mente malvagia concluse che i figli e la moglie Italia erano un ostacolo, un velenoso impedimento alla realizzazione della sua felicità.
Da quel pensiero, veloce ne scaturì un’altro, criminoso, che follemente giustificava col suo superiore interesse di realizzare e gustare il potere su tutte le cose e le persone esistenti sino all’orizzonte del pianeta.
Si! Doveva disfarsi di tutti quei mocciosi e magari dare il colpo di grazia anche a sua moglie Italia: sarebbe bastata farla cadere da uno sgabello o farle passare una notte all’addiaccio fuori, facendo finta di non averlo fatto apposta.
Fuori casa gli sciacalli erano sempre appostati, in attesa che qualche succulenta preda venisse defenestrata per poterla sbranare sino alle ossa.
Quel malevolo padre pensò per giorni a come potersi disfare al più presto di tutta la famiglia insieme.
E alla fine escogitò una brutale strategia!
Un giorno di ritorno a casa, i figli, impegnati disordinatamente a fare i loro giochi o a litigare, lo sentirono per la prima volta che li salutava e guardandoli attentamente ad ognuno rivolgeva un sorriso beffardo.
Alcuni riluttanti a quel peloso interesse del padre tornarono alle loro occupazioni, mentre altri ne rimasero colpiti. Questi ultimi divennero le esche del padre.
Lui aveva sempre intenzione di liberarsi di tutti loro o comunque della maggior numero di loro e della loro madre Italia.
A quei piccini ingenui diede delle caramelle che tirò fuori da un logoro sacchetto di juta – più adatto a contenere pesticidi per topi che caramelle – con l’ordine di mangiarle subito, dinanzi a lui; chiudendo il suo verdetto con un demoniaco sorriso che improvvisò come per incanto sul faccione prurulento e sporco che ostentava portare in giro con vanto.
Italia, nascosta in un angolo buio, com’era solita stare, vista la scena, cominciò a tremare, senza capirne il motivo. Cercò di fermare il tremolio per non farlo notare al marito, e ancor più si aggrappò al suo angolo buio sperando che i figli non cadessero nell’inganno.
Ma tutti i bambini, abituati a non pensare con la propria testa e a vivere nella più totale confusione le loro giornate, conoscendo solo il pensiero unico di lui, altro non fecero che ubbidirgli all’istante.
E tutti mangiarono le caramelle.
Italia si addolorò come mai prima di quel giorno.
E morì, scomparendo dentro quell’angolo sul quale si spalmò la sua forma e la sua anima, prigioniera quest’ultima della sua ignavia.
Trascorsero pochi giorni e i bambini che avevano mangiato le caramelle cominciarono ad ammalarsi.
Tutti loro tossivano e respiravano male e vennero ammucchiati dal padre in una stanza per non disturbare gli altri fratelli, e non essere disturbati a loro volta.
Non esistevano in casa medicinali e il padre sadicamente allargava le braccia, dicendo di non poter fare nulla per loro.
Ogni giorno che passava i bambini stavano sempre più male e il padre falsamente si doleva per loro, scusandosi di non poter portare da loro un medico perché non poteva pagarlo. Ma a parecchi altri figli diede il compito di pensare alle necessità dei fratelli ammalati: lavarli, vestirli e farli mangiare.
Quando mai era stato così affettuoso quel padre con i propri figli? Pensarono i più grandicelli che lo credevano più capace di una strategia per sbarazzarsi di loro.
Nel frattempo i figli ammalati si aggravavano e infettavano anche gli altri costretti ad accudirli.
Cominciarono a morire come le mosche e il padre continuava a mandare nella stanza infetta altri bambini affinché accudissero quelli ammalati e portassero fuori i corpicini dei morti, obbligandoli a gettarli nel retro della casa, senza seppellirli, tanto gli sciacalli li avrebbero presto seppelliti nelle loro pance.
Alfine, i grandicelli, accusati dai senza anima, di essere dei complottisti, capirono il disegno del padre.
E mentre la catasta di bimbi morti dietro la casa s’ingrandiva e prestava uno spettacolo sempre più rivoltante di pezzi di corpi sbranati e sangue e membra sparsi ovunque sull’erba, i grandicelli cominciarono a pensare.
Si fermarono, smisero le loro frenetiche e inutili attività di movimento che avevano il solo scopo di far trascorrere la vita senza pensare ai loro bisogni affettivi e di accudimento.
Cominciarono a pensare e non solo, cominciarono a unire i pensieri e fare tra loro dei ragionamenti. Dovettero constatare che non erano mai stati amati e seguiti dai loro genitori e, questo fu uno shock, più potente della morte dei fratelli.
Non si chiesero il perché, erano intelligenti, la risposta ce l’avevano davanti agli occhi tutti i giorni: il padre somigliava più ad un orco che a un ‘bonus pater familias’.
Ma certamente si chiesero subito come uscire da quella situazione.
Come salvare altri fratelli dal contagio, anche se questi ignoravano tutto, persino l’evidenza, e come salvare se stessi da morte certa.
Si riunirono silenziosamente per alcune notti nella cantina, dopo che il padre era sprofondato nel sonno pesante dei malvagi.
Decisero la cosa più ovvia, fuggire da quella casa e lasciare il padre prima che li facesse morire tutti quanti. Del resto, anche se non avevano ricevuto adeguata e morale educazione nessuno di loro se la sentiva di uccidere il padre, non perché era il loro padre; non nutrivano verso lui alcun sentimento d’amore o di rispetto e neanche paura o schifo.
Non riuscivano a pensare di ucciderlo perché loro stessi non si conoscevano, non avevano mai solidarizzato, neanche durante i giochi.
Erano tutti isole alla deriva, non avrebbero saputo collaborare in un’azione così cruenta.
Così, prontamente scartarono quella soluzione. Bisognava salvarsi dal mostro e salvare gli ancora salvabili. Così decisero!
Abbandonare quella malefica casa paterna, dove neanche le spoglie della madre riapparsero mai dall’angolo nel quale scomparve.
Costruire una nuova casa, ma stavolta essere tutti amici, cambiare le brutte abitudini, essere solidali, affettuosi gli uni con gli altri e aiutarsi sempre.
Questo fu il codice d’onore che riuscirono, nelle loro condizioni, a ratificare.
Riuscirono a decidere anche come e quando.
Di notte certamente, si, sarebbero fuggiti di notte e i più grandicelli avrebbero preso in braccio i più piccini inconsapevoli di tutto quanto stava accadendo nella loro disgraziata famiglia.
E se l’orco se ne fosse accorto? No, li avrebbe lasciati andare via comunque… non era questo che voleva? Sbarazzarsi di tutti loro? E allora?
Uno si azzardò a ricordare che da poco tempo il padre aveva cambiato la serratura della porta di casa per evitare che i figli più curiosi e indisciplinati uscissero per andare a vedere la catasta dei fratelli dietro la casa e lo scempio che di questi facevano ogni notte gli sciacalli.
Si è vero, è una serratura a doppia mandata, solo a guardarla ti manca l’aria, tanto è potente e ben congegnata; l’ha costruita la ditta MES: un vero cappio al collo alla libertà.
Ma bisognava vincerla e aprire quel varco verso la libertà!
Ci riusciremo dissero tutti insieme senza che nessuno di loro ne fosse veramente convinto. In diversi tentarono in varie occasioni di aprire quella maledetta serratura per uscire fuori, ma non riuscì nessuno.
Una sera, presumibilmente, il più grande dei figli fece l’ennesimo tentativo certo che la sua forza e la disperazione che gli attanagliava il cuore l’avrebbero aiutato a vincere su quella maledetta serratura, che sarebbe stata causa di loro morte certa se non fosse stata aperta.
Si sforzò fino allo spasimo per far roteare quel lungo e pesante chiavistello tra gli anelli fissati ai due battenti, ma nulla accadde.
Accadde invece, purtroppo, qualcosa d’altro; si presentò dietro di lui la possente figura del padre.
Egli, ebbro del piacere che l’eliminazione costante dei figli gli procurava, allontanò il figlio dalla porta e con la mano e tono glacialmente cortese lo invitò ad andare a dormire.
Poi nel buio della casa, guardando i volti dei figli spaventati che fuoriuscivano dai letti a castello, posti tutti intorno al grande stanzone, disse loro:” Non preoccupatevi figli miei, restate a casa, io penserò a voi fino alla fine. Non permetterò mai che uscendo fuori casa voi vi ammaliate com’è successo agli altri vostri fratelli.
State sereni e siate responsabili: tutto andrà bene!”
inesbuonora2020

Le persone stanno diventando più strane di questa quarantena

La quarantena, ah! si la quarantena, siamo in quarantena. Ogni mattina al risveglio prima d’alzarmi devo dirmi e ripetermi che siamo in quarantena. Comincio a pensare, come tanti altri del resto, che il rimedio sia peggiore della malattia. Altre malattie stanno assalendo gli italiani, in modo invisibile come il Covid-19. Tanto stress, aumento dell’aggressività (tante famiglie si stanno sfaldando senza disturbare all’interno delle loro abitazioni), tanta depressione, perdità di lucidità, incapacità a concepire un futuro positivo, e tanti altri stati psicotici che vedranno i lettini degli psicoterapeuti molto frequentati da pazienti, quando ci libereranno da questa prigionia. Questi sono i pensieri che nutro mentre dal letto passo alla cucina dove preparo il primo caffè d’orzo della giornata.
Oggi sono uscita, devo andare a fare la spesa entro i 200 metri dalla mia abitazione consentitici da tutti i DPCM del nostro Presidente del Consiglio, che ha preso in pugno la situazione emergenziale con la sua Task force, mandando a casa il Parlamento, dove evidentemente non reputava che su centinaia di parlamentari ci potessero essere dei professionisti competenti.
Mah! Mi dico mentre mi preparo per uscire.
Pensare che per garantire la Democrazia in Italia i Padri Costituenti previdero tre organi fondamentali: il Potere Legislativo attribuito al Parlamento, il Potere Esecutivo  attribuito al Governo ( per eseguire le leggi promulgate dal Parlamento) e il Potere Giurisdizionale attribuito alla Magistratura.
Quest’ultima non fiata, il Parlamento è stato mandato a casa, ma c’è il Governo che pensa a tutto, decide tutto, anche di sospendere con un semplice atto amministrativo i diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti ai cittadini. Tali diritti possono essere “intaccati” solo da una legge avente valore costituzionale come la Costituzione che li garantisce, emessa solo dal Parlamento e solo in condizioni di assoluta emergenza.

Sto già scendendo le scale di casa quando mi balugina quest’ultimo pensiero in testa, non so pensare ad altro, è tutto così inverosimile e maledettamente vero.

Faccio la mia piccola spesa e mi appresto a rientrare a casa. Percorro un marciapiede largo ed incontro gente con la quale non ci guardiamo neanche più in faccia. Tutti con gli occhi a terra, anche da quella posizione si può percepire se l’altro che ci arriva di fronte sta a distanza di sicurezza o no. Io invece guardo, anche se la mascherina mi dà la percezione di una realtà ovattata, e se la giudico, distopica. Mi piace osservare l’umanità, e allora li guardo.

Ad un certo punto, proprio mentre mi mancavano gli ultimi faticosissimi 100 metri per arrivare a casa, vedo che avanza verso me una signora alta, robusta, sulla cinquantina, con la mascherina, ma anche con un’aria scanzonata che le carpisco dallo sguardo indifferente a tutto. Ciò che mi colpisce però non è lei come persona, ma il fatto che cammina quasi attaccata al muro degli stabili e sulla mano esterna, la sinistra, porta facendolo ciondolare avanti e indietro un bastone – sembrava un bastone di quelli che fungono da manici alle scope – con noncuranza e  priva d’alcun imbarazzo.
Non passa qualche secondo che c’incrociamo sul marciapiede, una in un verso e l’altra nell’altro. Un metro prima che ci superassimo, mentre a me non interessava più osservare questa persona così strana, lei solleva velocemente il bastone di fianco che arriva al mio fianco, per fortuna solo sfiorandomi, ed io mi scosto velocemente per non essere toccata, mentre lei blatera, per nulla stupita o dispiaciuta della sua azione:” mantenere la distanzaaa!”

Lei prosegue sul suo cammino ed io resto basita e mi chiedo cosa sta accadendo alle persone.
Mi giro, non recrimino niente a quella stupida donna, perché la voglia sarebbe stata quella di toglierle il bastone e romperglielo in testa. I peggiori istinti non si perdono mai, si assopiscono solo con le carezze della ragione e del buon senso, fino a quando questi tengono, naturalmente…

Finisco il mio tratto di strada, guardo all’interno delle borse della mia spesa, faccio un calcolo approssimativo, si, ho cibo per almeno tre giorni. Sono contenta, per tre giorni non uscirò, mi fa più male vedere l’ignoranza e la cattiveria delle persone che stare a casa a leggere e meditare.
Mentre preparo pranzo ricostruendo nella mia mente la scena, mi viene brutalmente da dire a voce alta ‘Se questo è un uomo!’ pensando al libro di Primo Levi e ai lager da lui raccontati.
I nostri amici tedeschi avranno in mente sempre quel loro progetto di supremazia?
A tavola! che buono il risotto che ho preparato.
inesbuonora20

L’innocenza dei bambini non ci può salvare ma solo risvegliare

 

Lunedì, no martedì, ma no che dico era giovedì; ma che importanza ha…
Sono giorni tutti uguali, scorrono come la stessa acqua di una fontana che zampilla nei giardini seduta maestosamente su un verde prato, profumato e sempre annaffiato.
Un giorno qualunque, dunque, di questa lunga quarantena della popolazione italiana che rischia di far diventare la nostra vita surreale.
Quel giorno lì esco, ho tutto, l’auto dichiarazione e il necessario per fare la piccola spesa che mi necessitava; solo questo ci è consentito.

Qualcuno dall’alto giudicherà se è giusto o no, e chi sarà giudicato responsabile pagherà, prima o poi.

Per decreto posso fare la spesa entro i 200 metri da casa mia, non un metro in più, perché se le solerti guardie municipali ti fermano rischi una multa salata e anche una denuncia penale per procurata epidemia.
Procurata epidemia? Ma il Ministro della Giustizia Bonafede che è avvocato come lo sono stata io si rende conto che l’ha sparata grossa?
Una cannonata contro un misero passerotto.
Continuo a ripetermi che ci credono stupidi o si sentono forti loro, talmente potenti che nulla li può fermare, nemmeno il loro stesso delirio.

Ma io ho bisogno di un prodotto che vendono nel supermercato che è più avanti, dista circa 400 metri dalla mia abitazione.
Mi fermo al limite dei 200 mq, con mascherina, guanti in lattice ed occhiali, quasi che un filo spinato invisibile m’impedisse di proseguire.

Poi uno scatto improvviso di rabbia e stress mette in moto i miei piedi e comincio a camminare assolutamente convinta a comprare ciò che mi serve al supermercato dell’altro isolato. Mentre cammino vedo la stessa scena che si vede da un mese: gente con la mascherina, gente senza, gente che guarda in cagnesco chi non ce l’ha, gente che cammina rasente al muro per distanziarsi nel marciapiede dagli altri per più del metro di spazio ordinato, gente che non si saluta più ma sgaiattola come un furetto in corsa, gente che non ride, naturale, o hanno la mascherina o se non ce l’hanno sembrano camminare in trincea e non hanno proprio voglia di ridere.
Li guardo tutti, uno per uno, con le loro fobie, la loro rabbia e aggressività nascoste dalla mascherina, che copre le smorfie del viso ma non il pungolo dello sguardo.

Mio Dio! Dov’è finita l’umanità?

Tutti si guardano diffidenti e si chiudono nel mutismo che ispessisce il mutismo della nostra città. Mentre cammino svelta e come gli altri mi adeguo all’atmosfera, e pensando ai fatti miei, mi sento chiamare:” Signoraaa”. Era una vocina soave e cristallina, la vocina di una bimba in tenera età. Mi giro e la cerco, è più di un mese che non si vedono più bambini in giro. Poi la vedo, sul marciapiedi che ho appena superato senza guardarla, avvolta dalla mia ombra nera che cammina con me anche lei marciando come le ombre degli altri.
“Signora ciao!” ripete la bimba mentre io mi avvicino mantenendo la distanza di sicurezza da lei e la sua mamma.
Abbasso la mascherina e sfoggio un sincero e affettuoso sorriso che lei, innocente, ricambia subito, dondolandosi su se stessa e accarezzando il peluche che ha tra le manine.
“ Ciao tesoro, come stai?”, le chiedo io felice di quella bellissima visione e opportunità di contatto con un bambino. Lei non risponde più niente e  si distrae a guardare un cane che ci passa vicino con la sua padrona.
Io invece resto ipnotizzata dalla bellezza dello sguardo puro di una piccola bambina che m’insegna a vivere, spezzando il filo dei miei pesanti pensieri.
La madre accenna una giustificazione per il disinteresse della bambina verso le mie parole, ma io la fermo immediatamente. Le dico che non è il caso di costringere la bambina a comunicare, e tra me e me penso – lei è ancora innocente, non è condizionata dall’ambiente sociale, dalla famiglia o dalla scuola e dall’educazione, quindi, come mi disse un amico psichiatra che venne a visitare mia figlia appena nata ‘è tutta se stessa’; spontanea, autentica! La guardai ancora un po’ dondolarsi e girarsi meravigliata guardava la gente e il traffico, si godeva bene la sua ora d’aria, quella concessa agli innocenti dal  sistema di comando.
Poi con il suono della sua vocina alle orecchie mi girai e proseguì per la mia strada. Ero certa che quella mattina non sarei stata fermata dalla Polizia.
inesbuonora20

 

A PROPOSITO DELLE MASCHERINE

Ebbene si, le tanto vituperate e agognate mascherine anti Covid 19.
Quelle che forse hanno anche disturbato i nostri sonni: perché non le avevamo trovate in commercio, perché non si sapeva esattamente se metterle o no, perché incontravamo altri che ce le avevano e noi no, per tutte le lunghe code fatte in farmacia per poi sentirci rispondere che si erano esaurite etc, la lista degli incubi sarebbe lunga.
Io le ho trovate online un mese e mezzo fa e pensando di essere una cittadina diligente ho anche comprato le più costose: la famose FFp3.
Il costruttore inglese garantiva che quel tipo di mascherine erano le più protettive e idonee per il tipo di virus che cominciava ad affliggere anche l’Italia. Naturalmente era sottinteso che le mascherine dovevano proteggere noi dagli altri e gli altri da noi.
In tanti le abbiamo comprate via online a dei prezzi non certo economici. Le ho usate e le uso, e ne ho anche regalato ai vicini anziani che non erano neanche in grado di cercarle.
Poi accade che qualche giorno fa ricevo un video da un amico, che sta circolando in rete velocemente, con un contenuto a dir poco rivoltante, per chi ha buon senso e sensibilità, naturalmente.
In quel video un medico impegnato nella lotta in ospedale contro il corona virus fa un tutorial sulle mascherine.
Ah! finalmente penso io, adesso tutti, scienziati e politici si sono schiariti le idee su cosa devono fare loro e noi, poveri reclusi.
A guardarlo bene però, più che un viso da medico gentile ed empatico aveva un’espressione accigliata, ingrugnita direi, e un testone da Cro-Magnon che Cesare Lombroso, sono certa, avrebbe volentieri messo nella formalina ed esposto al museo di Scienze naturali.
Questo signore, che non oso definire un medico, per i motivi che di seguito leggerete, comincia a prendere varie mascherine e inizia a parlare. Prende la mascherina chirurgica verde, quella coi laccetti che usano in ospedale e dice:” Vedete questa è la mascherina che non trasmette il contagio, ed è la mascherina degli altruisti,” e prendendo un’altra mascherina con la valvola, la FFp3, dice:” e questa è invece la mascherina degli egoisti perché loro non vengono contagiati ma possono contagiare con la fuoriuscita dalla valvola dei loro liquidi. Per cui questi sono stronzi!”
Io ho vacillato per un momento, non riuscendo a pensare d’aver veramente sentito parlare quell’energumeno in quel brutale modo. Ma poi mi sono riavuta perché sempre quel signore ha ribadito ancora una volta che c’erano le mascherine degli altruisti e le mascherine degli egoisti.
Questo è folle! Ho pensato. Ma come può un medico permettersi di parlare in tal modo della gente che abbandonata a se stessa sin dall’inizio sul da farsi, dalla politica e dalla scienza, dare un giudizio così negativo di parte della popolazione che ha fatto da sé quello che ha potuto!
Mi sono sentita proiettare negli anni 70 quando frequentavo le elementari e la maestra dava l’incarico al capoclasse di scrivere sulla lavagna la lista dei buoni e dei cattivi in sua assenza.
Ma come si è permesso costui e con lui gli scienziati asserviti al potere e i politici stessi trattarci così paternalisticamente?
Non conoscono la saggezza del ‘buon padre di famiglia’?
Non gli è venuto in mente neanche lontanamente che con quel video potrebbe scatenare un’aggressività nella popolazione tra persone che hanno le mascherine altruiste e quelli che hanno le mascherine egoiste?
Non hanno letto che in un supermercato di Casoria i cittadini con la mascherina hanno quasi aggredito e cacciato via quelli che non ce l’avevano?
Ma si è reso conto che siamo su una polveriera sociale?
Oppure no! Mi sbaglio io, sanno tutto quelli, che per una comparsata in TV o anche su Youtube direbbero le peggiori stronzate disinformando la gente, già spaventata dal virus.
Cui prodest? Direbbe forse lo stimatissimo filosofo Diego Fusaro, che della realtà orwelliana che stiamo vivendo ne sa molto.
Ovvio! In tutto il casino che hanno e stanno creando politici, protezione civile e scienziati, che ci propinano dati discordanti e inveritieri, ma pronti a comparire sempre in TV e, adesso anche pronti come Burioni, ‘Deus ex machina’ della scienza ufficiale, a querelare lo scienziato Montanari che non la pensa come lui; onde evitare che il popolo capisca quanto siano incompetenti ad aiutare l’Italia e molto competenti ad aiutare la UE a smembrarci e a portarci al default come la Grecia, continuano a creare confusione e ad indirizzare la nostra rabbia in via orizzontale anziché in via verticale. Cioè cercano di farci aggredire tra di noi, e di non contestare invece loro, che alla nostra Nazione non tengono minimamente.
Cui prodest? Dicevamo. Forse alle lobby politiche finanziarie che hanno adesso milioni di mascherine chirurgiche da piazzare, mentre prima a causa dell’assenza di qualsivoglia tipo di queste dicevano a gran voce che non era necessario portarle.
Ma non preoccupatevi affaristi, quelle mascherine le venderete al prossimo giro, al corona virus che ci avete già promesso per ottobre.
Ma non finisce qui.
Pensai che sarebbe stato un video che pochi avrebbero visto.
E invece no!
Ieri sera, su Stasera Italia la giornalista Palombelli con aria affranta manda in onda quel video e conclude il suo programma con l’ultima domanda ai suoi ospiti, se secondo loro ci sono italiani egoisti ed italiani altruisti.
Trasecolo ma non cado, ero sulla poltrona.
Nooo! Mi dico, anche tu Palombelli!
Il Mainstream cerca proprio adesso di mettere i cittadini gli uni contro gli altri perché temono che quando scopriremo di essere stati ingannati per anni ci si rivolti contro di loro, tutti: politici, stampa asservita, tecnici e burocrati collusi, tutti…
Proprio la Palombelli che mi fece ridere a crepapelle quando in una sua trasmissione, in epoca in cui in Italia non avevamo neanche le mascherine per gli operatori sanitari, ci fece vedere in diretta TV come si poteva fare una mascherina con carta da forno ed elastici.
E voilà!
Il cittadino si poteva sentire protetto da quella mascherina. In realtà quella mascherina detta in gergo marinaresco faceva acqua da tutte le parti: sopra e sotto.
La Palombelli non sarà mai stata ad un supermercato perché non si è resa conto che la sua mascherina le sarebbe caduta dal viso al primo tentativo di prendere un prodotto da uno scaffale in alto.
Povera, voleva rassicurare le massaie o prenderci in giro?
Io direi che è arrivata l’ora che gli italiani prendano in mano il loro destino, assumiamoci tutti le nostre responsabilità!
Siamo Italiani e non solo col buonismo canterino dai balconi, lo siamo perché i nostri nonni sono morti per consegnarci un’Italia libera e orgogliosa dei propri cittadini, del proprio territorio, delle propria creatività e, soprattutto della propria Umanità!!
Quest’ultimo bene, a noi tanto invidiato da altri popoli, non si compra, non si regala, è consapevolezza che si acquisisce con il senso di appartenenza e unità.
Allora io, a questo punto pretendo come Italiana, prima di tutto che questi personaggi che ci trattano da sudditi o al più da bambini incoscienti,
                                                             CI CHIEDANO SCUSA!

inesbuonora20

FOGLIA

Dagli alberi le foglie cadono
d’autunno, succede in autunno
si preparano sin dall’estate
per quell’evento che le trasforma in tante stelle
di un piccolo firmamento terreno
cambiano colore e
cominciano a seccarsi, accartocciarsi
su se stesse
diventano irriconoscibili
non più verdeggianti e orgogliosi ventagli al vento
diventano altra cosa da se
ma restano sempre ben salde al loro ramo
anche allora, saranno loro a decidere quando staccarsi
nessuna folata di vento le farà cadere
loro lì, solo ad oscillare
io le guardo e mi chiedo
quando sarà il momento, mentre
loro secche e scolorite ondeggiano
festose e niente affatto spaventate
si muovono come se salutassero gli amici
i loro rami vengono scossi anche dai temporali estivi
e dalle piogge settembrine
ma loro resistono ancora
vive più che mai
ad ondeggiare per rassicurare
che morte non avranno
perché altra vita esse animeranno
poi, quando meno te l’aspetti
mentre le guardi a naso in su
una di loro decide: ha salutato, ha ringraziato
e alfine si è staccata dal ramo che l’ha voluta
ma non conosce la gravità
per cui ondeggia festante e gioiosa
nell’aria anche lontana
che mai aveva visitata
guarda in basso e vede me che
la osservo affascinata
sento l’intelligenza nella sua natura
e lei che a divertirsi planando non so dove
sarebbe voluta andare
si muove a compassione
e cambia direzione
scende lentamente verso me
dolcemente mi sfiora il naso
poi un vento amico
di un’improvvisa corrente ascensionale
la riporta su, più su, come un deltaplano
ed io non la vedo più.
Di te foglia sempre avrò memoria
senza alcun altro intervenire
hai gestito il tuo vivere e il tuo morire
Nascesti con la primavera ma te ne andasti
solo ad inverno inoltrato
quando tutto per te era preparato,
al nove febbraio 2020
tempo giusto anche per l’umana grata
che accolse il tuo esistere e il tuo silenzioso ritorno
inesbuonora2020

DAL SUD AL NORD Benefici e Sacrifici

 

Postfazione dell’Autrice

Si dice che ogni scrittore nella sua prima opera rappresenti un po’ se stesso, scriva di se stesso, della propria vita ed esperienza di essa.
Non so se ciò corrisponda sempre al vero.
Ma in fondo non mi interessa neanche saperlo.
Questo è il mio terzo libro (precedenti: Fantasmi tutti – L’amore ai tempi di internet, Poesie dipinte)
In questa mia terza avventura letteraria, con merito e demerito, ho voluto rappresentare la vita professionale di un avvocato, o almeno una parte di quella vita:la mia.
All’inizio era difficile per me decidere se scriverne o no; mi ponevo problemi deontologici, che in realtà non esistevano stante il fatto che non esercito più la libera professione.
Ma i problemi etici invece si, mi riguardavano eccome!
E mi sono posta la domanda se era etico scrivere della professione dall’interno di essa.
La categoria professionale di Avvocato è una funzione Costituzionale.
La Costituzione affida alla categoria l’esercizio della Giurisdizione per la tutela dei diritti soggettivi dei cittadini verso gli altri cittadini e verso lo Stato quando questi vengono negati o calpestati.
Ed è molto importante che venga svolta con ‘decoro e probità’, almeno così m’insegnò il mio primo dominus nel lontano 1983, e così credo che ancora oggi reciti un’articolo del nostro Codice Deontologico.
Ciò significa che c’è una legge non scritta che dice che meno se ne sa all’esterno, meglio è.
Attualmente le cose sono molto cambiate nel mondo: i Poteri, le persone, il lavoro, le relazioni, i valori e gli ideali; e non da meno anche la professione di Avvocato, ha subito, a mio modesto parere, un imbarbarimento direttamente proporzionale alla realtà confusionaria e globalizzante che ha aperto il terzo millennio.
Ma io ho scritto del mio passato, altri tempi, e appena lambito uno dei tanti motivi che mi hanno portato a gettare la spugna: non come atto di resa ma come atto di salvezza!
Ho riportato le esperienze più salienti e determinanti la mia esperienza della professione, non la routinarietà del lavoro che avrebbe senz’altro annoiato.
Anche stavolta, a dire il vero, ho voluto scrivere anche per me.
Lo scrivere diventa catartico per chi scrive, ma per chi legge, se quanto legge non è frutto di fantasia, è conoscenza, apprezzabile o meno, a seconda dei gusti personali.
Non è venuto fuori un libro moderno, di quelli che diventano dei best seller perchè dentro hanno tutto per soddisfare il desiderio emotivo dei lettori: non è un thriller, non ci sono morti ammazzati, intrighi e sette sataniche, politica e massoneria, sesso assatanato e neanche incrostazioni di lavabiancherie che piangono lacrime umane (da Susanna Tamaro).
Non c’è neanche fantascienza, filosofia o storia (vera o presunta che sia).
Non c’è niente di tutto ciò che interessa la gran parte dei lettori di oggi.
Ma porta un messaggio, come lo portano gli altri due precedenti libri.
E il messaggio, per chi ha avuto la forza di leggerlo fino in fondo sta proprio al fondo, nelle ultime pagine.
Molti penseranno che mi sto dando troppa importanza pensando di poter lanciare messaggi agli altri, e forse hanno ragione; restare protetti nel proprio anfratto quando non si hanno protezioni o amicizie importanti sarebbe la cosa più saggia da fare.
Oggi, mi ripetono tutti questo.
I miei conoscenti dicono che rinunciano a parte della loro vita di relazione per non essere esposti e presi di mira dai ‘matti’ che oramai girano indisturbati per il territorio.
La gente comincia a nascondersi: anche questo spiega la deriva verso l’individualismo esasperato, il maggior egoismo e l’insensibilità umana in aumento esponenziale (tranne che non si tratti di cagnolini e gattini).
La vita liquida avanza (Z. Bauman).
Il messaggio non esisterebbe se non fosse preceduto da una denuncia.
Qui forse sta il coraggio di una sconsiderata idealista come me!
Anche in questo libro ho fatto una denuncia e alla fine ho lasciato un messaggio, il mio, certo; ma non malvagio o autoreferenziale.
Solo parole unite ad altre parole a formare frasi e tutte insieme, a formare pagine e pagine.
Sta a chi le legge quelle pagine, capire dove volevo arrivare, dove ci stanno conducendo.
Io, alla fine sono soddisfatta e mi preparo per la prossima avventura; mi auguro che lo sia stata anche una sola persona di quelle che hanno letto.
Grazie
inesbuonora